Laura D'Alessandro

EMDR: perché i ricordi rimangono nel corpo

di Laura D'Alessandro

Filo d'oro verso la calma

C'è una categoria di ricordi che non si comporta come gli altri. Non siamo noi a richiamarli: arrivano da soli, innescati da un rumore, un odore, il tono di una voce, una frase detta per caso. E quando arrivano non sembrano ricordi, sembrano adesso. Il cuore accelera come allora, lo stomaco si stringe come allora, e la sensazione di essere in pericolo — o sbagliati, o soli — torna intatta anche a distanza di anni.

Perché accade? La maggior parte delle esperienze che viviamo viene elaborata e archiviata: resta la memoria dell'evento, ma la carica emotiva si attenua, il ricordo prende una collocazione nel tempo e diventa davvero passato. Quando però un'esperienza è troppo intensa, o troppo prolungata, questo lavoro di archiviazione può non completarsi. Il ricordo rimane immagazzinato così com'era, con le emozioni, le sensazioni fisiche e i pensieri su di sé di quel momento ancora presenti. Non è un difetto della memoria: è un'elaborazione rimasta a metà.

Conviene sgomberare subito il campo da un equivoco: non servono i grandi eventi. Un incidente, un lutto improvviso, un'aggressione lasciano segni evidenti, ma restano bloccate anche esperienze relazionali ripetute, come un'umiliazione davanti alla classe, una critica ripetuta per anni, un periodo lungo di tensione in famiglia o al lavoro, una relazione in cui ci si è sentiti costantemente inadeguati. Il peso di un'esperienza non si misura su quanto appare grave da fuori, ma su quanto ha inciso dentro.

Come ci si accorge che un ricordo è rimasto lì? Quasi mai collegandolo al passato. Ci si accorge piuttosto di reazioni sproporzionate rispetto a ciò che le ha provocate, di situazioni che si evitano senza sapere bene perché, di un'ansia che si accende senza una minaccia riconoscibile. A volte è il corpo a parlare per primo, con sintomi che gli esami non spiegano: tensione muscolare, sonno che non ristora, mal di testa, disturbi gastrointestinali.

L'EMDR nasce per lavorare esattamente su questo. Durante la seduta la persona richiama il ricordo mentre il terapeuta guida una stimolazione bilaterale: di solito movimenti oculari, ma anche tocchi o suoni alternati a destra e a sinistra. Questa doppia attenzione — al ricordo e al presente insieme — rimette in moto l'elaborazione che si era fermata. Vale la pena dire anche che cosa l'EMDR non è: non è ipnosi, la persona resta sveglia e consapevole per tutto il tempo; non cancella il ricordo; e non obbliga a raccontare nei dettagli quello che è successo.

In seduta il lavoro è più graduale di quanto si immagini. Prima di avvicinare il ricordo si dedica tempo a costruire stabilità e risorse, perché si possa attraversare il materiale doloroso senza esserne travolti. Poi si procede per brevi sequenze, alternando la stimolazione a pause in cui la persona dice semplicemente quello che nota: un'immagine, una sensazione, un pensiero. È lei a dare il ritmo, ed è lei a poter fermare il lavoro in qualsiasi momento.

Che cosa aspettarsi, onestamente. I tempi variano molto, e dipendono da quanti ricordi sono coinvolti e da quanto risalgono indietro: per un episodio singolo il cambiamento può arrivare in poche sedute, per storie più lunghe serve un percorso, di cui l'EMDR è una delle componenti. Nel mio lavoro si integra con la psicoterapia cognitivo-comportamentale, non la sostituisce. L'Organizzazione Mondiale della Sanità lo riconosce fra i trattamenti raccomandati per il disturbo post-traumatico da stress.

L'obiettivo non è dimenticare. Quello che è accaduto resta parte della propria storia, e va bene così. Cambia il modo in cui la si porta: il ricordo smette di essere una porta che si spalanca da sola e torna a essere una cosa successa, con un prima e un dopo. Se ti riconosci in qualcosa di quello che hai letto, scrivimi per parlarne in un primo colloquio.

Condividi questo articolo